Now Playing Tracks

'Filippo Derfi
21/02/2014
Italiano

Cara professoressa. So che questo tema avrebbe dovuto riguardare il testo argomentativo o qualcosa di simile. Ma io devo parlarle, semplicemente perché devo parlare con qualcuno, non importa neanche tanto con chi. Ma lei ha studiato psicologia, ed è sempre stata comprensiva, quindi mi capirà. E magari non parlerà con nessuno di questo tema. Potrà sembrarle assurdo che io le scriva così sapendo che prenderò un bel due. Ma non è più importante, le spiego perché.
La mia vita non ha senso. È solo fonte di dolori e affanni. Sono solo, e sono pazzo. Vede tutti loro che mi circondano? Mi odiano e li odio. Un bel rapporto, eh?
Mi dicono che sono emo. No, sono soltanto pazzo, gliel’ho detto. Sto sempre a maniche lunghe e vesto di nero per coprire tagli e macchie di sangue. Lei capirà. Lo spero.
I miei genitori mi dicono che sono una delusione, che sono stupido, e non vedono l’ora che me ne vada da questa casa. Fanno bene. Sono pazzo. Dopodomani sarà il mio compleanno, e dopodomani consegnerà questi temi corretti. Sa? Io dopodomani sarò morto. Non ho regali da ricevere o torte da assaggiare, morirò un attimo prima dei miei 17 anni. Non cerchi di fermarmi. Lei deve capirmi. È stata una brava professoressa, anche una brava amica a dire il vero. Sa una cosa? Non è vero che avrei potuto sfogarmi con chiunque. Lei era l’unica a cui avrei parlato così. Arrivederci, o forse dovrei dire addio.’
Piegò il foglio, e lo consegnò. La professoressa lo guardò con i suoi occhietti scuri. Filippo ammirava quegli occhi. Riuscivano a leggerti dentro senza far neanche lontanamente intravedere l’ombra di un qualche pensiero.
- L’hai riletto?
Silenzio dalla parte di Filippo.
- Fili, stai bene?
- Sì. Sì, certo.
Ma come si fa a mentire a una che ha studiato per capire quando menti?
Infatti prese il tema e iniziò a leggerlo.
Filippo pensò che non doveva andare così, e si lasciò prendere dal panico. Corse in bagno senza neanche chiedere, ma la professoressa sapeva che a volte lui scappava così. Lo lasciò fare.
Quando tornò in classe - perché prima o poi in classe ci doveva pur tornare - trovò la professoressa seduta, a fissare il vuoto. Si sedette anche lui.
- Filippo, dovrei dirti una cosa. Potremmo uscire un secondo?
La sua voce ruppe così il silenzio. Con dolcezza.
- Certamente.
Iniziò a pensare a cosa avrebbe dovuto risponderle quando gli avrebbe chiesto di non suicidarsi, di aspettare, e tutto il resto.
Invece lei gli disse soltanto - Aspetta che riconsegni i compiti corretti. A te il voto non importa, lo so, ma aspetta soltanto questo. E poi festeggia il tuo compleanno, prima. Meglio morire da diciassettenni, non credi? -
E Filippo era rimasto molto stupito. Tanto che le aveva risposto - Okay - senza neanche pensarci.
Dopodomani arrivò, e Filippo era vivo e seduto al banco di scuola. Entrò la professoressa, che gli sorrise, e disse - Grazie -. Consegnò i compiti senza perdere troppo tempo.
Ecco una cosa che faceva sempre lei: scriveva il voto e consegnava un bigliettino con un commento. Poteva riguardare il compito (‘hai scritto veramente bene, hai uno stile tutto tuo’) o l’alunno stesso (‘non so bene cosa ti stia succedendo, ma sii forte perché andrà tutto bene’). Oggi il bigliettino di Filippo era più lungo del solito (nonostante i suoi bigliettini fossero sempre un po’ più lunghi di quelli degli altri), e non c’era nessun voto. Il resto della lezione passò in fretta, e Filippo tornò a casa. Senza neanche pensarci troppo, aveva aperto l’acqua della vasca e già sapeva come sarebbe morto: dissanguato. Un taglio soltanto, preciso, chirurgico. Sul polso. Tra tutte quelle cicatrici disordinate, qualcosa che aveva un senso, un significato. Tirò fuori una lametta, e il bigliettino della professoressa.
‘Filippo, ma ci pensi che se muori adesso ti perdi un sacco di cose? Ci sono dei posti in cui voglio portarti, e altri che devi vedere da solo. Per non parlare delle cose da fare, ancora. Ora la felicità ti sembra lontana, ma non lo è poi tanto. Soltanto un passo davanti la depressione. Non sei pazzo, soltanto depresso. Ma io posso aiutarti. Tu ti fidi di me, non è vero? Mi darai una possibilità?
- la prof.
Ps: perché tu meriti di stare bene, se i tuoi pensano di no non ci hanno capito un cazzo, Fili. E i tuoi compagni di classe… Sì, vi odiate, ma solo perché loro sono dei coglioni ignoranti. Ops.
Pps: buon compleanno. C’è un braccialetto, se apri bene la busta. L’ha regalato a me la mia vecchia professoressa, perché non ci crederai, ma le ho scritto una cosa molto simile a quella che tu hai scritto a me. Credimi quando ti dico che ti capisco. Ti capisco, e ti voglio bene.’
Filippo aprì la bustina, e ne cadde un bracciale bianco, sottile. Sembrava quasi un elastico. Lo indossò, e si accorse di una scritta in rilievo: ‘Vali tanto’. Così, Filippo diede un’altra occhiata al braccio, alla lametta, alla letterina. Le sue cicatrici sarebbero diventate quasi invisibili, un giorno, come la scritta sul bracciale. E un giorno avrebbe potuto guardarle, e guardare quel bracciale. E avrebbe potuto insegnare a qualcuno che dal dolore si esce. Che si è sempre abbastanza forti per vincere. Buttò la lametta. Chiuse il rubinetto. Uscì dal bagno. Lui, questa volta, con il piccolo aiuto di un’amica, o di una professoressa, o come definirla, aveva vinto.

Marina Puglisi (via thatconfusedsoulinthoseemptyeyes)

Lacrime..

(via adolescenceeblog)

Forse la cosa più bella da rebloggare
-L

(via i-have-lose-myself)

È che a me piacciono i ragazzi che fanno attenzione alle piccole cose. Anche una virgola o un punto in una frase, la grammatica curata. Un abbraccio all’improvviso, un bacio sulla fronte, un bacio sul naso. Non mi interessano tutti quei cuori nei messaggi, non mi interessa la mia foto come sfondo del cellulare, e tutte le miriadi di frasi fatte dette e ridette.
Non mi interessano le cose superficiali. Io voglio essere più di questo, e non una tra le tante.

(via occhicolmididemoni)

"un bacio sulla fronte, un bacio sul naso"

(via awaywiththelook)

Non una tra le tante…

(via imbrokenblog)

To Tumblr, Love Pixel Union